Recensione del libro di Loic Wacquant: Iperincarcerazione. Neoliberismo e criminalizzazione della povertà negli Stati Uniti, Ombrte corte, 2013.

 

Non gli rimane altro che punire.

 

Valerio Guizzardi

 

«Innanzitutto, la crescita straordinaria delle sanzioni penali contribuisce a disciplinare le frazioni recalcitranti della classe operaia, aumentando il costo delle forme di resistenza al lavoro salariato desocializzato che si manifestano attraverso strategie di “exit” verso l’economia informale. [...] In secondo luogo, l’apparato carcerario contribuisce a “fluidificare” il lavoro a basso salario e comprime artificialmente il tasso di disoccupazione, sottraendo alla forza-lavoro totale milioni di soggetti dequalificati. Si stima che il confino penale abbia tagliato di ben due punti percentuali il tasso di disoccupazione statunitense durante gli anni Novanta».

Sarà forse inusuale iniziare la recensione di un libro con una citazione dallo stesso, ma davvero ci

sembra utile segnalare fin da subito il nocciolo attorno al quale Loïc Wacquant sviluppa il suo ultimo lavoro. “Iperincarcerazione. Neoliberismo e criminalizzazione della povertà negli Stati Uniti”, Ombre corte 2013, è un “diario della crisi” dell’Impero visto da uno dei suoi lati più oscuri: il disastro sociale, eppur funzionale e messo a valore, che l’ideologia neoliberista ha provocato negli States. Lo stesso autore con “Punire i poveri. Il nuovo governo dell’insicurezza sociale”, Derive Approdi 2006 e “Simbiosi mortale. Neoliberismo e politica penale”, Ombre corte 2002, quindi ancora prima che esplodesse la bolla finanziaria del 2008, annunciata dal fallimento della Lehman Brothers, aveva anticipato come il controllo e la gestione della marginalità, tramite l’ipertrofia penale e carceraria, avrebbero portato gli Usa a essere elencati tra i paesi con il più alto tasso di carcerizzazione del mondo esibendo senza alcuna vergogna 716 prigionieri su 100.000 abitanti al 2012 (ICPS – International Centre for Prison Studies).

Del resto, a margine, va detto che il neoliberismo e i suoi profeti, i Chicago boys, quando ancora lavoravano “all’ingrosso”, avevano già dimostrato un certo talento su come gestire con innegabile efficacia gli effetti collaterali della totale supremazia del mercato. Il golpe cileno dell’11 settembre 1973 sta a dimostrarlo.

Effetti collaterali dunque, tornando all’oggi, non più gestiti “all’ingrosso” ma al “dettaglio”; il neoliberismo, almeno a casa sua, non ha bisogno di modificare così in profondità la struttura dello Stato. Gli basta un’artata ridislocazione di alcuni meccanismi sociali: dalla distruzione del welfare, passando per il workfare, si arriva al prisonfare. Questo passaggio, sostiene Wacquant, non riguarda tutti gli americani ma una maggioranza percepita come classe pericolosa, una galassia caleidoscopica costituita da un’infinità di soggetti e gruppi sociali caratterizzati da una loro specificità: l’irriducibilità a un mercato del lavoro sempre più desocializzato, strutturalmente precario e schiavistico, che li induce a rivolgersi all’economia informale di strada. In altre parole, all’assunzione non convenzionale di reddito. Sono i poveri, i reietti, i disoccupati, le etnie ispaniche e nere, il sottoproletariato delle grandi periferie metropolitane, i sofferenti psichiatrici, le prostitute e i tossicodipendenti (A. Dal Lago, “La produzione della devianza”, Ombre corte 2000).

Da qui la soluzione neoliberista, con un’espansione ormai illimitata dello stato penale su quello sociale, l’ipertrofia degli apparati del controllo disciplinare a scapito di chi ha accettato le condizioni spaventose del lavoro postindustriale, e di chi da questo ne è stato escluso. Di conseguenza, naturalmente, si è avuto a seguire un businnes penitenziario (Nils Christie, “Il business penitenziario”, Elèuthera 1996) in continua evoluzione: si veda il processo di privatizzazione della pena e della sua gestione con l’ingresso tra i Settanta e i Novanta delle società imprenditoriali del settore (oggi in riduzione), un’enorme produzione di servizi forniti dai soliti privati in appalto (sanità, educazione, assistenza, logistica, ecc.), il sovradimensionamento di tutto l’apparato punitivo (polizia, agenti penitenziari, Corti penali) e della professione forense. Un affare che complessivamente macina profitti per miliardi di dollari l’anno. Stesso enorme businnes per le industrie che portando la produzione all’interno degli stabilimenti penitenziari hanno trovato lavoro vivo a sfruttamento totale sotto ricatto e a prezzi imbattibili se paragonati a quelli di fuori. Facile quindi capire quanta ragione ha Wacquant nell’affermare che «[...] il workfare restrittivo e il prisonfare in espansione compongono un unico ingranaggio organizzativo incaricato di disciplinare e supervisionare i poveri secondo una filosofia ispirata al comportamentismo morale; e che un vasto e costoso apparato penale non è semplicemente una conseguenza del neoliberismo [...] ma una componente integrale dello stato neoliberale in sé».

Però il neoliberismo si guarda intorno e colpisce laddove trova le condizioni più idonee alla propria dittatura: in Europa gli stati delle costituzioni liberali novecentesche, tradendo le stesse, hanno accolto di buon grado il modello d’oltreoceano applicando i principi della supremazia del mercato selvaggio in piena crisi strutturale e tendenzialmente suicida. Gli effetti si vedono tutti da tempo: cessione della sovranità e dell’economia reale alle oligarchie criminali finanziariste internazionali, cioè organismi privati sovranazionali eletti da nessuno, un circuito bancario, anch’esso caratterizzato da una forte propensione criminale, che depreda ogni sostanza pubblica a mezzo dell’iperattività dei suoi uomini eletti (quelli sì) nei vari parlamenti da quello europeo a quelli nazionali, tassi di disoccupazione alle stelle, espansione in continuo aumento della povertà relativa e assoluta, proletarizzazione dei cosiddetti ceti medi, spostamento del reddito dal basso verso l’alto con un aumento esponenziale della rendita estorta e incamerata dai ricchi ogni giorno sempre più ricchi e tante altre nefandezze che qui rinunciamo a elencare. Ma tornando all’argomento che stiamo trattando, l’importazione del modello penale statunitense ha portato l’Europa a raddoppiare i tassi di carcerizzazione negli ultimi 25 anni portandoli ad assestarsi a una media odierna di 100 prigionieri ogni 100.000 abitanti con un trend dell’ipertrofia dello Stato penale e del suo indotto produttivo in continuo aumento.

Nondimeno l’Italia, da brava prima della classe, che dal 1966 al 1992 aveva un tasso di carcerizzazione tra 50 e 60 prigionieri per 100.000 abitanti, dal 1992 in soli 8 anni è passata a 100 su 100.000. Al 2012 il nostro Paese vanta una percentuale temporaneamente in assestamento di 109 su 100.000 (ICPS – International Centre for Prison Studies). Gli altri dati della vergogna più noti al pubblico sensibile e facilmente riscontrabili sul web sono i seguenti: dopo aver toccato una punta di 70.00 negli anni precedenti, la popolazione carceraria pare provvisoriamente assestata su 66.000 prigionieri nei 206 istituti penali esistenti. Il tasso di sovraffollamento è 140, ossia 140 prigionieri per 100 posti letto effettivamente disponibili.

La composizione carceraria mostra un 37% d’imprigionati per aver violato le leggi sulle sostanze, con un drastico aumento numerico riscontrato dopo l’entrata in vigore della “Fini-Giovanardi” (Legge 309 del 28/02/2006), e un 35% di stranieri come “ottimo” risultato della “Bossi-Fini” (Legge 189 del 30/07/2002). Il rimanente è costituito da poveri diavoli perlopiù incarcerati per rati predatori di strada, nomadi, prostitute, psichiatrizzati e marginalizzati in seguito all’espulsione dal mercato del lavoro. Poco meno di 700 i murati vivi dell’incostituzionale 41 bis (violazione dell’art. 27, 3° comma, della Costituzione) tra i quali si riscontra il 4% di suicidi sul totale.

L’ergastolo, messo all’indice nel 2013 da una sentenza della Corte europea dei diritti umani per palese violazione di tali diritti e incostituzionale secondo il solito art. 27, 3° comma, della Costituzione italiana, colpisce circa 1400 prigionieri. Si aggira intorno al 40% sul totale il numero degli imprigionati in custodia cautelare o con sentenze non definitive, dei quali circa la metà saranno scarcerati in seguito all’accertamento della loro innocenza dopo mesi o anni di galera a titolo gratuito.

La tortura in carcere esiste da quando la perversione umana l’ha inventato (M. Foucault,“Sorvegliare e punire”, Einaudi 1976) e sopravvive ancora oggi, non solo per la disumana condizione cui il sovraffollamento endemico e strutturale sottopone i prigionieri, ma anche a mezzo di “squadrette” fuori controllo di agenti violenti che si aggirano indisturbate nelle galere nostrane. Non si tratta di estorcere confessioni – a questo ci pensano al momento dell’arresto gli addetti nelle celle di sicurezza dei commissariati e caserme – ma di stabilire un rigido controllo disciplinare all’interno degli istituti penali e giudiziari (S. Verde, Massima sicurezza”, Odradek 2002). Di norma i pestaggi colpiscono i prigionieri riottosi o coloro che hanno reclamato i propri diritti con una certa insistenza. Queste violenze in genere avvengono nelle celle d’isolamento, lontano da eventuali testimoni, nelle quali i malcapitati sono trasferiti per subire il “trattamento” «In quei buchi fetenti non ti sente né ti vede manco Dio, se sei credente» (cit.). Un’altra vergogna italiana pluricondannata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti sulla quale il Parlamento non ha nessuna intenzione di intervenire promulgando un’apposita legge, i cui numerosi disegni depositati da rari parlamentari sensibili giacciono dimenticati nei cassetti di Palazzo Montecitorio.

Si è tentato di importare anche uno dei tratti più distintivi dell’iperincarcerazione neoliberista americana (e inglese) che consiste nella privatizzazione della gestione dell’applicazione penale in carcere. Ma l’idea di aderire alla proposta governativa contenuta nel Decreto Legge 24 gennaio 2012 (V. Guizzardi, “Il business penitenziario. Processi di privatizzazione e valorizzazione capitalistica”, Uninomade.org) non ha per nulla entusiasmato gli imprenditori del cemento e della sofferenza; infatti per ora nessuno si è presentato, forse perché riconoscendo nello Stato un criminale più potente di loro hanno concluso che l’investimento non sarebbe stato molto redditizio, date le trappole disseminate sui percorsi burocratici e i rituali mancati pagamenti (al netto delle mazzette obbligatorie alla mafia e ai partiti). Sta di fatto che fortunatamente quel decreto scellerato è stato rimesso nel cassetto. Per ora.

Infine, dal 2000 al 10 settembre 2013 nel nostro circuito penitenziario si sono avuti 2200 morti di cui 790 suicidi (sez. morire di carcere, ristretti.org). Morti per violazione statale del diritto di accesso alla sanità e alla cura, quindi per Aids, tumori, epatiti, cardiopatie gravi, psicopatologie e altre patologie quasi tutte acquisite in carcere a causa della promiscuità, di ambienti malsani, malnutrizione e stress psicofisico da detenzione. Più quelli che la sinistra burocrazia carceraria classifica come “da accertare”, ovvero quelli “caduti dalle scale”. Dati davvero spaventosi che si configurano come una vera e propria strage di Stato.

Nel Paese dell’illegalità legale che vanta la classe politica più corrotta, collusa e ad alto tasso di criminalità d’Europa, l’importazione del modello neoliberista ha già prodotto, come si è visto sopra, danni sociali devastanti a scapito di vasti settori delle classi subalterne. Ma non è finita qui: negli ultimi 25 anni tutti i governi di ogni colore che si sono succeduti – con una spiccata attività securitaria del centrosinistra (rimarranno infatti scolpiti nella storia sociale del Paese i disastri umani provocati dalle “riforme” Fassino 2001, Diliberto 1999 e dalla coppia Turco-Napolitano con l’istituzione dei lager per migranti 1998) – hanno usato il Parlamento come una clava sulle “classi pericolose” (E. Quadrelli, “Andare ai resti” e “Gabbie metropolitane”, Derive Approdi 2004, 2005). Non serve un esperto per osservare che vi è stata, e vi è tuttora, una produzione spropositata di leggi e decreti che hanno provocato un allargamento dello Stato penale impensabile fino agli anni Novanta. L’evidenza sta nella continua invenzione di nuove fattispecie di reato, nell’innalzamento delle pene edittali, nella concessione alla Magistratura (che meriterebbe un intero capitolo a parte) dell’uso spropositato della custodia cautelare in carcere come anticipo (incostituzionale) della pena, dell’uso discrezionale dell’art.41 bis su esplicita richiesta dei Ministeri di giustizia e dell’interno, nell’uso razzista e xenofobo dei Cie con violenze e torture annesse. Ancora, le continue campagne securitarie ampiamente amplificate dai media di regime per spaventare la popolazione al solo scopo di raccattare consensi sul piano del mercato elettorale. In altre parole, estorsione del consenso a mezzo di terrore. E del resto, come osserva correttamente Patrizio Gonnella in prefazione, una volta ceduta la sovranità a organi sovranazionali come Fmi, Bce, Banca mondiale, Troika – con l’efficace collaborazione di Bildeberg Group, Aspen Institute, Trilateral e altri organismi privati semiclandestini -, agli stati non rimane che il potere punitivo, al quale tengono enormemente e ritengono inaccettabile ogni intromissione sul “corretto” uso della forza cieca. Ne è testimone il fatto che gli alti tassi di carcerazione non corrispondono affatto a quelli della commissione di reati sul territorio i quali, basta vedere le apposite statistiche, sono di molto inferiori. E la situazione generale di cui stiamo trattando non fa che peggiorare.

Naturalmente non tutti stanno imbelli a osservare: la crisi morde ogni giorno più forte e movimenti di gruppi sociali e settori delle classi subalterne (a rischio continuo di carcerizzazione) si muovono a macchia di leopardo nel Paese senza però trovare un progetto unitario utile ed efficace per – lo diciamo senza tanti giri di parole – “abolire lo stato di cose presenti”. Il movimento popolare No Tav da vent’anni, i No Muos, i No Ponte, il precariato sociale, i lavoratori della logistica, occupanti senza casa, migranti, da un po’ di tempo finalmente anche i detenuti che reclamano un immediato provvedimento di amnistia e indulto generalizzati contestualmente all’abolizione delle leggi carcerogene e riforme adeguate (V. Scalia, “Migranti, devianti e cittadini”, Angeli 2005), costituiscono indubbiamente un patrimonio di lotte considerevole numericamente e importantissimo che procura non pochi grattacapi ai professionisti della paura, della sofferenza e della punizione. I quali reagiscono nel solo modo in cui sono capaci: arrestare più soggetti possibile e incapacitarli in un circuito penale ipertrofico in cui si compirà il rito sacro della vendetta sociale, della rappresaglia e della violenza punitiva.

Sta quindi a noi, incompatibili e riottosi a questa macchina infernale e disumana di nome Neoliberismo, trovare la giusta strada. Con una raccomandazione: la corretta conservazione della memoria storica di classe è essenziale per determinare la direzione giusta da prendere. E soprattutto con chi.

 

Settembre 2013